La sua opera è profondamente influenzata dalla figura del prozio, l'entomologo Jean-Henri Fabre, da cui ha ereditato una curiosità per il mondo degli insetti e delle piccole creature. Questa passione si riflette nel suo lavoro, dove la metamorfosi e il dialogo tra il mondo animale e quello umano sono concetti ricorrenti.
Fabre è noto per la sua capacità di creare un universo artistico unico e intensamente personale, con le proprie regole e simboli. Fin dalla fine degli anni Settanta, ha esplorato l'uso di materiali non convenzionali, come le carcasse di insetti e le penne Bic, con cui ha realizzato opere di grande impatto visivo. Ha anche fatto del corpo umano un elemento centrale della sua ricerca, spesso attraverso performance che mettono in discussione i confini tra vita e morte, natura e artificio.
Nel campo teatrale, ha rivoluzionato l'idioma scenico, portando in scena il "tempo reale" e l'"azione reale". Produzioni storiche come "This Is Theatre Like It Was to Be Expected and Foreseen" (1982) di otto ore, o l'epica performance di ventiquattro ore "Mount Olympus. To Glorify the Cult of Tragedy" (2015), dimostrano la sua audacia e la sua ricerca di un teatro che vada oltre le convenzioni.
Tra le sue opere più iconiche e riconosciute a livello mondiale si annovera "The Man Who Measures the Clouds" (1998), una scultura che raffigura un uomo in piedi su una scala, intento a misurare le nuvole. L'opera è esposta in diverse sedi e musei, tra cui lo SMAK di Gand e l'aeroporto di Bruxelles.
Nonostante il successo e i numerosi riconoscimenti, la figura di Fabre è stata anche oggetto di controversie, in particolare per le accuse di comportamenti sessisti che hanno suscitato dibattiti nel mondo dell'arte.
In sintesi, Jan Fabre è un artista eclettico e visionario, la cui opera continua a esplorare temi esistenziali, spirituali e scientifici, mantenendo un costante dialogo tra corpo, mente e materia.