
Gianfranco Zappettini, Strutture in Ex 36/72, acrilico su tela, 40×40 cm, 1972, Daphne Museum
L’opera Strutture in Ex 36/72 del 1972, firmata da Gianfranco Zappettini, è uno dei più emblematici esempi della Pittura Analitica italiana. Con un impianto visivo rigoroso e apparentemente minimale, l’artista costruisce una superficie modulare in cui ogni linea e ogni tensione formale rispondono a una logica progettuale di sottrazione e concentrazione. L’opera si fonda su una dialettica tra ripetizione e variazione, tra serialità e vibrazione percettiva: è una pittura che pensa sé stessa.
La luce, in quest’opera, non è descrittiva ma concettuale: viene generata dalla rifrazione percettiva delle linee parallele, che modulano il campo visivo secondo l’angolo di incidenza dello sguardo. I piani si muovono, si infossano o si dilatano a seconda dell’intensità luminosa esterna e della posizione dell’osservatore. Non vi è ombra né fonte direzionale: è la struttura stessa del dipinto a farsi agente di luce attraverso variazioni interne di densità cromatica e frequenza lineare.
Il monocromo blu è solo in apparenza uniforme: ogni linea verticale o obliqua è tracciata con minime variazioni tonali che danno luogo a un campo ottico attivo. L’acrilico, per sua natura, esalta la planarità della superficie ma in Zappettini diventa materia rarefatta, quasi immateriale. Il colore è privo di gestualità apparente, ma proprio in questa assenza si trova la tensione critica: l’opera si pone come oggetto mentale, visivo e teorico insieme.
Nonostante la pittura si presenti come antigestuale, l’aspetto grafologico emerge in forma sistemica: ogni linea è il frutto di una decisione, di una ripetizione attiva, di una volontà di costruzione che si oppone al caso. Le direttrici orizzontali non sono stampate né meccaniche: sono tracciate a mano con costanza quasi ascetica, lasciando trasparire micro-variazioni che costituiscono l’unico indizio del “corpo” dell’artista. Il gesto non è assente, è disciplinato.
L’iconografia è ridotta all’osso: non c’è figura, non c’è paesaggio, non c’è oggetto. Tuttavia, iconologicamente, l’opera appartiene alla grande tradizione europea del pensiero strutturale, da Malevič a Max Bill, passando per la lezione concettuale di Kosuth. La “struttura” in Zappettini diventa immagine mentale di un ordine possibile, di un tempo altro, non narrativo, in cui il quadro diventa dispositivo di silenzio, di concentrazione e di rigore formale. È un’icona post-moderna del pensiero visivo.
Nel 1972 Zappettini è al centro del movimento analitico europeo. Questa opera nasce all’interno di un contesto storico in cui l’arte riflette sulla propria possibilità di esistere dopo l’informale e l’espressionismo. Strutture in Ex 36/72 è parte di una ricerca che guarda alla grammatica interna del dipingere, al senso della tela come campo di verifica. È una pittura che rinuncia alla rappresentazione per ritrovare l’essenza del quadro come oggetto filosofico.
L’opera di Zappettini del 1972 è un testamento di purezza intellettuale. All’interno della collezione del Daphne Museum rappresenta un punto di contatto tra teoria e prassi, tra riflessione e visione. È un’opera che non vuole sedurre ma sfidare, non vuole raccontare ma mostrare l’atto stesso del vedere. In questo rigore analitico, risiede la sua più profonda forma di poesia visiva.