Daniel Spoerri – Le trésor des pauvres “Los Machos”, 1985

Daniel Spoerri, Le trésor des pauvres “Los Machos”, assemblaggio di oggetti su tappeto, 116×164×53 cm, 1985, Daphne Museum

Daniel Spoerri, Le trésor des pauvres “Los Machos”, assemblaggio di oggetti su tappeto, 116×164×53 cm, 1985, Daphne Museum



assemblaggio di oggetti su tappeto, 116×164×53 cm



Descrizione dell'opera

In quest’opera iconica del 1985, Daniel Spoerri rilegge con spirito dirompente il celebre affresco leonardesco dell’Ultima Cena, trasfigurandolo in un tappeto da parete di fattura popolare, sul quale applica stoviglie, bicchieri, tappi, bottiglie e persino un panno domestico. L’opera è un assemblaggio tridimensionale, un ready-made narrativo e concettuale che sovrappone sacro e profano, alto e basso, estetica e ironia. Il tappeto diventa così una tela rovesciata: non da contemplare ma da sfidare.

Impianto luministico

L’illuminazione artificiale – realizzata con bracci mobili da studio fotografico – è parte integrante dell’opera. Non solo la mette in risalto, ma ne diventa elemento concettuale: la luce non simula più l’aura sacrale dell’originale leonardesco, bensì ne rivela la teatralità. Le tre lampade direzionali evocano una messa in scena grottesca e televisiva, come un set smascherato, sottolineando la falsificazione della devozione visiva.

Aspetto cromatico

La gamma cromatica è violenta e kitsch: rossi accesi, blu saturi, contrasti forti. Il tappeto stesso è prodotto industriale, probabilmente destinato a un ambiente popolare o kitsch, e ciò rafforza la dialettica tra arte alta e oggetto d’uso. I colori non sono armonici, ma volutamente disturbanti: riflettono il paradosso di una sacralità svuotata, convertita in decorazione da salotto o in reliquia da bazar.

Aspetto grafologico

Pur essendo un’operazione di assemblaggio, l’opera conserva una “scrittura” personale: la disposizione degli oggetti è frutto di una regia minuziosa. Il gesto di Spoerri non è esecutivo ma ordinativo: egli compone, sovrappone, decostruisce la narrazione visiva. La sua grafologia è quella dell’ironia sistematica, del gesto che imita il caos per denunciare l’ordine codificato della cultura ufficiale.

Iconografia e iconologia

Iconograficamente, l’opera riprende l’Ultima Cena, ma la svuota di ogni contenuto liturgico. I personaggi diventano pupazzi tessili, mentre il banchetto è coperto da oggetti reali – vetri, tappi, bicchieri – che suggeriscono una cena volgare, quotidiana, povera. Iconologicamente, il lavoro è una denuncia visiva delle condizioni materiali della fede, della mercificazione del sacro, della riproduzione seriale del mito. “Le trésor des pauvres” è un titolo ironico: il tesoro dei poveri è un tappeto kitsch e un pasto posticcio.

Collocazione poetica e storica

Realizzata negli anni Ottanta, l’opera riflette la poetica del Nouveau Réalisme e la linea neodadaista di Spoerri, che fin dagli anni Sessanta aveva trasformato i resti dei pasti in opere d’arte. Qui si spinge oltre: non solo conserva oggetti ma li sovrappone a un’icona della civiltà occidentale. È una critica alla riproduzione estetica, al feticismo museale, ma anche un gesto politico: reinserire il sacro nel dominio del povero, del banale, del quotidiano. Spoerri fa detonare la retorica cristologica tramite il linguaggio povero della materia triviale.

In sintesi

L’opera “Le trésor des pauvres – Los Machos” non è solo un tappeto con oggetti: è un campo semiotico esploso, una liturgia laica e dissacrante, un atto critico contro l’iconografia dominante. Nel contesto della collezione Daphne Museum, essa agisce come detonatore poetico, destabilizzando lo spettatore e aprendo domande sull’autenticità, sul valore e sul ruolo stesso dell’arte nel mondo della rappresentazione. Una cena postuma, dove il pane è finzione e la luce è un interrogatorio.