Achille Perilli - Senza titolo, 1959

Achille Perilli, Senza titolo, inchiostro su carta, 23,8×33 cm, 1959, Daphne Museum

Achille Perilli, Senza titolo, inchiostro su carta, 23,8×33 cm, 1959, Daphne Museum



inchiostro su carta, 23,8×33 cm



Descrizione dell'opera

Quest'opera inchiostro su carta del 1959, firmata da Achille Perilli e archiviata con il numero 6 dell’anno nell’archivio ufficiale delle opere su carta, rappresenta una delle sintesi più intense e rarefatte della sua ricerca segnica. Il tracciato orizzontale, solcato da emergenze verticali disordinate ma non casuali, evoca una partitura astratta, un paesaggio mentale, una città spezzata. La forza compositiva è data dal segno nero deciso, denso, che sembra voler ricostruire – come recita la scritta autografa – il destino stesso degli abitanti di una civiltà dissolta.

Impianto luministico

La luce non è dipinta ma strutturata negativamente, come assenza di segno. Il bianco del supporto agisce come campo riflettente, contrapponendosi alla densità dell’inchiostro. Le zone lasciate in bianco generano ritmo e sospensione: la luminosità è mentale, quasi spirituale, e genera una sensazione di scavo visivo. Il contrasto fra nero assoluto e fondo neutro crea una tensione che produce un effetto vibrante e silenzioso.

Aspetto cromatico

Essendo monocroma, l’opera gioca tutto sulla qualità del nero. Non si tratta di una tinta uniforme, ma di un nero vivo, materico, capace di generare ombre interne, aloni, velature. Il segno si infittisce, si dissolve, si stratifica in alcune zone come se la mano dell’artista, incerta e insieme determinata, avesse dialogato con la superficie cercando di far emergere forme latenti. L’unico “colore” è dunque il tempo stesso del gesto, la pressione e la variazione della china sul foglio.

Aspetto grafologico

La presenza di una scritta autografa rafforza la valenza grafologica dell’opera: il tratto corsivo, elegante e obliquo, introduce un elemento umano, poetico, che si sovrappone alla struttura segnica centrale. Il segno pittorico e quello grafico convivono, non in contrasto ma in alleanza semantica. L’intera opera può essere letta come un grande “testo” non verbale, dove ogni elemento – tratti, spazi, ritmi – diventa parte di una calligrafia esistenziale.

Iconografia e iconologia

L’iconografia è volutamente ambigua: non si tratta di rappresentare qualcosa, ma di evocare un’energia, una traccia di civiltà, forse un sismogramma dell’anima. La linea centrale suggerisce un orizzonte, una soglia, una frattura tra passato e presente. Le linee ascendenti ricordano impalcature, antenne, rovine verticali. Iconologicamente, l’opera allude a un atto fondativo: “per ricostruire una città”, scrive Perilli, “l’archeologo ricostruì il destino di tutti gli abitanti, finanche dei sassi e dei poeti”. È una dichiarazione programmatica di estetica civica.

Collocazione poetica e storica

Nel 1959 Perilli è già una figura centrale dell’astrattismo italiano. Dopo l’esperienza di Forma 1, egli sviluppa una personale sintassi che unisce rigore costruttivo e impulso lirico. Quest’opera mostra un momento di transizione verso un segno più libero, più evocativo, quasi zen. L’uso dell’inchiostro nero e la scrittura integrata richiamano influenze orientali, ma rilette in chiave esistenziale europea. La poetica dell’opera rispecchia un'Italia ancora segnata dal dopoguerra, alla ricerca di senso e ricostruzione attraverso l’arte.

Conclusione

Quest’opera inchiostro su carta non è solo una composizione visiva ma una dichiarazione etica. L’atto di “ricostruzione” evocato nel testo è anche un gesto artistico: ridare senso, memoria, valore al segno. All’interno della collezione del Daphne Museum, essa rappresenta un ponte tra linguaggio e pensiero, tra gesto e memoria. È un’opera che parla di tutti, poiché riguarda la città, i poeti, i sassi – e dunque ogni fondamento dell’umano.