Achille Perilli - Senza titolo, 1966

Achille Perilli, Senza titolo, tecnica mista su carta, 50x70 cm, 1966, Daphne Museum

Achille Perilli, Senza titolo, tecnica mista su carta, 50x70 cm, 1966, Daphne Museum



tecnica mista su carta, 50x70 cm



Descrizione dell'opera

L'opera su carta realizzata da Achille Perilli nel 1966 si presenta come un sofisticato esercizio di scomposizione e di reinvenzione formale che attinge da una poetica segnica, gestuale e archetipica. Il foglio è diviso verticalmente in due sezioni distinte che suggeriscono un dualismo tanto strutturale quanto semantico. Da una parte, una composizione fatta di moduli poligonali irregolari, riempiti da campiture acquerellate di toni terrosi e grigio-marroni, tracciati con un tratto nero sicuro e nervoso; dall'altra, un tessuto grafico più rarefatto e materico, affidato al pastello o alla matita sanguigna, che sviluppa una seconda figura dall'aspetto più filiforme, quasi allusiva a un'aracnide o a una proiezione antropomorfa disarticolata.

Impianto luministico

L'impianto luministico non è definito da una fonte chiaroscurale direzionale ma piuttosto suggerito dal rapporto fra pieni e vuoti, tra le aree campite e quelle lasciate al bianco assoluto del supporto cartaceo. L'assenza di ombre proprie e portate suggerisce una sospensione spaziale che affida la percezione volumetrica solo al dinamismo interno del segno e alla qualità espressiva del pigmento. La luce è quindi interna, concettuale, veicolata dal valore simbolico del segno più che da un riferimento mimetico.

Aspetto cromatico

Dal punto di vista cromatico, l'opera si muove con una gamma essenziale, austera e silenziosa: terre diluite, bruni opachi, e grigi rosati, con inserti di un ruggine che conferisce calore alla parte destra della composizione. Questa scelta cromatica parca ma raffinata non è mai decorativa: al contrario, diventa veicolo di tensione, trattenendo la potenza di un gesto più aggressivo sotto un controllo mentale rigoroso. La divisione cromatica fra le due metà del foglio corrisponde a due stati emotivi e strutturali differenti, con la sinistra più compatta e costruita, la destra più rarefatta, gestuale, evocativa.

Aspetto grafologico

Sul piano grafologico, l'opera rivela con chiarezza l'indole di Achille Perilli come artista del segno autonomo e cosciente. Le linee spezzate, mai totalmente chiuse, si rincorrono in un continuo tentativo di definizione e di rottura, in un'alternanza tra forme che aspirano a strutturarsi e altre che sembrano dissolversi. Il gesto è fermo ma nervoso, dotato di coerenza interna e al tempo stesso di una leggerezza che richiama l'influenza dell'informale europeo e delle poetiche del segno. I tratti, talvolta doppiati o interrotti, mostrano esitazioni calcolate, quasi riflessioni semiotiche: il segno diventa qui soggetto più che strumento.

Iconografia e iconologia

L'iconografia resta volutamente ambigua: non c'è una figurazione riconoscibile ma una costruzione per allusioni. Alcune forme possono suggerire petali, carapaci, segmenti scheletrici o strutture vegetali astratte. In tal senso l'opera si colloca nel solco di una ricerca organica-mentale, propria di una stagione artistica italiana che rifiutava sia l'informale lirico sia il ritorno all'ordine. Iconologicamente, essa può essere letta come una riflessione sulla dualità della forma: la parte sinistra appare come il risultato di un pensiero geometrico in fase di dissoluzione, mentre la destra suggerisce una genesi opposta, in cui il caos si organizza per accumulo segnico. L'opera potrebbe dunque veicolare il concetto di metamorfosi, inteso non come trasformazione figurativa, ma come passaggio energetico da una forma razionale a una gestuale, da un "corpo costruttivo" a un "corpo espressivo".

Collocazione poetica e storica

L'opera del 1966 si colloca in un periodo in cui Perilli era già pienamente coinvolto nelle ricerche post-concrete e nell'elaborazione di una "scrittura del segno" che oltrepassasse le rigidità costruttiviste ma senza scadere nell'informale gestuale puro. L'artista, cofondatore del Gruppo Forma 1, aveva maturato una propria visione dell'astrazione come grammatica autonoma, capace di creare un linguaggio che sfuggisse tanto alla narrazione quanto alla decorazione. Questa carta delinea in modo esemplare tale indirizzo.

Conclusione

L'opera è un esempio significativo dell'approccio perilliano alla costruzione del segno e del pensiero astratto. In essa si condensano tensioni formali, riflessioni sul linguaggio e una straordinaria capacità di coniugare intuizione e progetto. La scelta della carta come supporto rafforza il senso di transitorietà, di "appunto poetico" che Perilli conferisce alla sua indagine visiva. All'interno della collezione del Daphne Museum, quest'opera assume un ruolo dialogico: mette in relazione le dinamiche del disegno astratto con la sensibilità contemporanea per l'archeologia del segno e del pensiero visivo.