Elio Mazzella - Cartografia, 1980

Elio Mazzella, Cartografia, tecnica mista, tonaco calcinoso su telaio, 160×120 cm, 1980, Daphne Museum

Elio Mazzella, Cartografia, tecnica mista, tonaco calcinoso su telaio, 160×120 cm, 1980, Daphne Museum



tecnica mista, tonaco calcinoso su telaio, 160×120 cm



Descrizione dell'opera

“Cartografia” è un’opera del 1980 in cui Elio Mazzella trasforma la materia in mappa esistenziale. La superficie, realizzata con tonaco calcinoso su telaio, diventa spazio geologico e antropologico, traccia fossile e segno contemporaneo. L’intervento materico, denso e stratificato, si apre in una cavità centrale che evoca una ferita, una cavità archeologica, un’origine. L’opera non rappresenta ma suggerisce, non mostra ma sedimenta, in una tensione tra tempo storico e tempo biologico. La centralità della fenditura assume valore simbolico: è una soglia, una matrice, una crasi.

Impianto luministico

La luce si articola come effetto plastico. Non vi è una fonte luminosa pittorica, ma un dialogo tra rilievi e incavi. Il tonaco, steso e poi inciso, cattura la luce naturale e la rifrange secondo l’angolo di osservazione. I solchi radiali che si diramano dalla fenditura centrale creano un effetto quasi solare, ma inverso: non di emanazione ma di risucchio, come una luce che implode anziché esplodere. È la materia stessa a farsi fonte luminosa, in un’alternanza di pieni e vuoti che rende dinamica la visione.

Aspetto cromatico

L’opera si presenta quasi monocroma, dominata dal bianco gessoso del tonaco, che assorbe e restituisce la luce in modo opaco, quasi calcinato. Le fenditure, le lacerazioni e le abrasioni lasciano affiorare la rete sottostante, che compare come una membrana scura, punteggiata, in forte contrasto con la superficie. Questo dualismo tra bianco e nero, tra epidermide e sotto-pelle, conferisce all’opera una profondità temporale: come se il colore fosse tempo, erosione, memoria sepolta.

Aspetto grafologico

Dal punto di vista grafologico, “Cartografia” si configura come una scrittura materica del paesaggio interiore. I segni impressi nel tonaco non sono decorativi ma gestuali: tracce di un corpo che incide, scava, imprime. Il gesto è diretto, non calligrafico, eppure conserva una sua coerenza ritmica. I movimenti radiali suggeriscono una respirazione, un battito, una pulsazione. Il grafo dell’artista si manifesta nella direzionalità e nella forza con cui la superficie viene trasformata in testo visivo. La rete sottostante, che affiora come un’impronta digitale corale, amplifica l’effetto di scrittura latente, quasi braille dell’inconscio.

Iconografia e iconologia

L’iconografia dell’opera ruota attorno al concetto di ferita, matrice e superficie. La cavità centrale potrebbe suggerire un’origine o una dissoluzione, un ombelico del mondo o una voragine archeologica. Le trame reticolari evocate dalla rete evocano una geografia mentale, una mappa senza latitudine. Iconologicamente, “Cartografia” si presta a una lettura esistenziale e quasi sacra: è la mappa di una perdita, ma anche il rilievo di una memoria. L’artista agisce come un cartografo dell’anima, tracciando non luoghi ma affioramenti emotivi. L’opera allude alla pelle, alla terra, all’utero, e si colloca in una linea di ricerca che interseca il sacro, il rituale, il geologico.

Collocazione poetica e storica

Nel contesto degli anni Ottanta, “Cartografia” si distingue per l’uso radicale della materia come linguaggio. Elio Mazzella, in dialogo con l’arte povera e informale, sviluppa una poetica personale che fa del deterioramento e della stratificazione il cuore del gesto artistico. A differenza dell’astrattismo concettuale, qui il pensiero passa attraverso la ferita della materia. La sua ricerca si lega a un’estetica della soglia, della traccia e dell’assenza. L’opera si inserisce in un filone di spiritualità plastica che unisce Burri, Scialoja e certe tensioni post-minimali europee, ma con un timbro tutto interiore, raccolto, epigrafico.

In sintesi

“Cartografia” non è solo un’opera materica, ma una meditazione sull’origine e sulla perdita, una topografia affettiva incisa nel tempo. L’azione di Mazzella restituisce alla materia una funzione sacrale e gnoseologica: il tonaco non copre ma rivela, la tela non sostiene ma accoglie. Nella collezione del Daphne Museum, quest’opera rappresenta un documento denso, una scrittura del silenzio, una mappa interiore da attraversare con lo sguardo e col tatto dell’anima.